domenica 4 settembre 2016

E adesso pubblicità

di Sergio Salamone
 
   Non c'è di meglio che discutere di Vonnegut in una grotta vicino a un castello perché si inciampa negli eccetera eccetera eccetera, ci si fa consumatori di storie e fantastorie, magari addentando un'archetipica, siculissima melanzana, scoperchiati da un vento siderale, e accesi, quasi scoperchiati, dalla luce delle candele. Magari più consumatori che lettori, dato che lo scrittore americano, sogghignando, centrifuga concetti, parole, disegni, ci spalanca le porte del surrogato per spiattellarci la nostra ormai inevitabile artificialità. E per fare questo, alcuni tra noi, hanno pescato, tra le pagine, anche una certa, non apprezzata, artificiosità. Non io, ovviamente, che ho proposto La colazione dei campioni, assai cosciente di quanto sia deflagrante. E forse perfino indigeribile con tutto quello sparigliare le carte, quello sbadigliare sull'uomo, quel segnare il banale e il paradosso. Se la Bibbia, il libro per eccellenza della letteratura occidentale, inizia con una creazione poetica e mitica, Vonnegut ci fa iniziare il suo viaggio con un buco di culo, che è quasi un buco nero, siamo nel territorio alquanto incerto del romanzo di genere fantascientifico, ma lo definirei di "degenere", che tutto risucchia e tritura.
 
 
   La storia potrebbe perfino parere banale se non fosse piena di parentesi e di spot pubblicitari continui: uno scrittore di fantascienza (ma va?) incontra un rivenditore di auto e gli cambia la vita. Tutto qui? Ovviamente no. I mille racconti di Vonnegut aprono altri mille racconti, ma la grazia della narrazione sta tutto in un distacco ironico e giocoso: il dramma è che non si riesce più a creare il dramma. Tutto può essere verosimile, negli Stati Uniti del 1973, quando già inizia il riflusso, il consumo si mangia i diritti, Bob Dylan diventa, suo malgrado, un marchio, al pari di una scatola di fagioli. Gli Stati Uniti sono il Paese di una fantascientifica libertà che non si è mai avuta: le prime pagine del testo, in tal senso, irridono, causticamente, la nazione: inno, bandiera, patriottismo. Uccisi gli indiani, schiavizzati i neri, reso di plastica il mondo, si concretizza una parodia di libertà. Non v'è nulla che possiamo più decidere, se non nel vastissimo campo dell'immaginario. La realtà va abbandonata perché non è più tale: la natura ancora di più. Fiumi gelatinosi, aria irrespirabile, medicine che alterano la nostra coscienza. La logica lasciamola al passato. L'arte lasciamola al sorteggio. Il cibo è carbone e petrolio. Il sesso è una pera succhiata. L'amore è una lacrima a fondo pagina. Un camion si disegna così, una svastica così, una mucca così. Vonnegut lascia un libro per gli alieni, o per i bambini di domani, affinché possano comprendere qualcosa di ciò che è stato. Noi ormai siamo fottuti. Non capiamo più nemmeno da dove viene la salvezza: arriva un extraterrestre, che vuole trasmetterci una cura contro il cancro, ma, comunicando soltanto attraverso il tip tap e le scoregge, lo uccidiamo: semplicemente non comprendiamo.

    Quanta mestizia c'è in questa Colazione dei campioni non è dato sapere. I cani senza coda siamo noi, vorremmo comunicare amicizia, e gli altri cani ci lacerano il collo. Tutto diventa sanguinolento, verso la fine, ma l'unica cosa che pare morire è la letteratura che vuol farsi maestra. Il libro ha tentato di spiegare quello che siamo e non c'è riuscito. Vonnegut entra a gamba tesa nella narrazione, nel nuovo mezzo del cammin di sua (nostra) vita, trova l'inferno, annusa il paradiso e rivede suo padre. "Fammi tornare giovane", urla, "fammi tornare giovane!", ma ormai è un riflesso sullo specchietto retrovisore. Un'immagine di un ricordo. Un'ombra di fumo che scorre in una lacrima. I padri non vogliono più essere tali, vogliono solo piallare le rughe e sognare di nuovo. Se questo è un uomo non lo sapremo mai. Adesso c'è la pubblicità...
Segnala

1 commenti:

Orazio Crispo ha detto...

Ciao Sergio, hai postato un bel commento, arguto e ardito per noi lettori di genere degenerato!

Aggiungo che ho ravvisato un lungo e interessante intreccio narrativo che parte dal nostro odiato-amato Vonnegut, prosegue con il Guido Morselli di "Dissipatio H.G." (proposto da Cateno) e termina con "La strada" di Cormac McCarthy.
Un itinerario oltre la fine...

Cosa rimane del genere umano?
Beh, ce lo racconteremo la prossima volta!

Articoli inerenti